Turchia vs Turchia. Le radici di Gezi park

Tra i cinquecento noci di Gezi park, migliaia di persone continuano a manifestare per proteggere il cuore verde di Istanbul. Dal 28 Maggio scorso, ottanta associazioni si sono unite contro la decisione del governo di demolire il parco per fare spazio ad un centro commerciale e una moschea. Ma in gioco c’è molto di più che la difesa dell’ambiente. La piazza si è ribellata a Tayyip Erdogan, il premier che da dieci anni guida la potenza asiatica. Nella sua mente, c’è un grande progetto di modernizzazione che guarda al passato: grandi opere, ritorno alle radici islamiche e poco spazio per il dissenso.

Dopo i primi scontri con la polizia, la protesta si allarga a piazza Taksim, il simbolo delle manifestazioni che hanno acceso l’intero Paese.

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Piazza Taksim ricoperta di lacrimogeni. Durante le proteste sono morte cinque persone, tra cui un poliziotto, e ne sono state ferite cinquemila

Il 15 Giugno, dopo numerosi ultimatum e tentativi di dialogo, la polizia irrompe nella piazza. Centinaia di lacrimogeni e decine di idranti mettono in fuga i manifestanti, lasciando sul selciato solo i feriti. Due giorni  prima Davide Martello, trentun’anni, musicista tedesco, aveva incantato quei giovani con il suo pianoforte: lo aveva caricato su un furgoncino in Germania, dove vive, e trasportato fino a Istanbul. E proprio Bella Ciao, il canto delle mondine piemontesi, è dilagata tra i manifestanti, diventando la colonna sonora della protesta.

In tanti hanno solidarizzato con questa protesta, inclusa la leggenda del folk Joan Baez, che ha cantato Imagine di John Lennon per gli occupanti di Gezi Park. Questo perché le ragioni che hanno spinto migliaia di turchi a scendere in strada riguardano la crisi di un modello politico e istituzionale comune. Come ha scritto Eugenio Dacrema, ricercatore dell’ISPI:

“le proteste mettono in discussione il modo in cui l’Akp, e il suo leader Tayyip Erdogan in particolare, hanno dimostrato di intendere l’esercizio del potere: un modo che ha sempre meno a che fare con una democrazia compiuta, e sempre di più con la repressione delle minoranze e dell’informazione.”

Attraverso i social network, gli stessi sui quali hanno viaggiato le primavere arabe, portano all’attenzione del mondo un percorso di crescita economica e modernizzazione che ha messo da parte la dialettica democratica. E imposto una morale religiosa sempre più permeante nella società e nelle istituzioni.

Oggi, lo scontro tra le due Turchie – quella laica e nazionalista e quella dal passato ottomano – si manifesta nelle vie delle città. Senza che l’una riesca a parlare all’altra.

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Dalla Siria granate su Israele. Si riaccendono le alture del Golan

Una granata e poi spari contro i soldati dell’IDF. Le alture del Golan, al confine tra Israele e Siria, si riaccendono così, a poche ore di distanza dalla visita del Ministro della Difesa israeliano in quei luoghi. Nella mattina di martedì, Moshe “Bogie” Ya’alon, generale di lungo corso prestato alla politica, aveva dichiarato che Israele è pronto a rispondere a qualsiasi minaccia militare proveniente dall’esterno. Lo aveva detto con lo sguardo rivolto verso Damasco, a riprova di quanto Tel Aviv stia osservando con sempre maggiore preoccupazione il conflitto in Siria.

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I territori siriani conquistati da Israele nel 1967.
La posizione e la conformazione delle alture del Golan le rendono strategicamente importanti per Tel Aviv (Foto: Wikipedia)

Poco dopo quelle dichiarazioni, una granata proveniente da Nord-Est esplodeva vicino ad una colonia ebraica, in uno dei territori strategicamente più significativi per lo Stato ebraico. Conquistate nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni, le alture del Golan vennero annesse da Israele nel 1981, dove continua la costruzione delle colonie.

Non è la prima volta che la guerra civile siriana fa incontrare i due storici nemici. Il 30 Gennaio scorso è stata la volta dei caccia israeliani in territorio nemico: le agenzie riportarono di un attacco aereo ad un convoglio diretto verso il Libano. Secondo fonti israeliane, si trattava di armi destinate ad Hezbollah.

carlo marsilli

 

Terroristi a stelle e strisce. La storia di Eric Harroun da Phoenix, Arizona

“Per entrare nelle brigate Al Nusra non serve una laurea”. E nemmeno parlare arabo o pregare Allah. O dichiararsi anti-americani. Tanto che un ex soldato dello US Army – che contro gli jihadisti si scontra da almeno trent’anni – a Gennaio è entrato senza troppi problemi nelle brigate islamiste che in Siria combattono contro il regime di Bashar Al Assad. Senza nemmeno farsi scrupoli nel diffondere la notizia:

Il suo Paese non deve però aver provato una grande empatia per il suo ardore rivoluzionario. Eric Harroun,  arruolato nell’esercito americano dal 2000 al 2003, si trova ora nelle carceri di Alexandria (Virginia), con l’accusa di aver cospirato per l’utilizzo di un’arma distruttiva al di fuori dei confini americani. Nella fattispecie, il Sig Harroun, nato a Phoenix (Arizona) trent’anni fa, in Siria ha aderito al Fronte Al Nusra, dove era divenuto membro dell'”Rpg team”, la squadra dei bazooka anticarro. Considerati da Washington, non a caso, “armi distruttive”.

Negli States la pena prevista per questo tipo di reato include la pena di morte, anche se le dichiarazioni rilasciate da Harroun al momento del suo arresto al Dulles International Airport fanno pensare ad un uomo confuso. O, come ha detto Robert M. Chesney, professore di legge all’Università del Texas:

“He seems to be fighting on the U.S. side, but with the wrong people.”

carlo marsilli

Palestina, la censura di re Abbas

E’ bastato essere taggato in una foto per finire davanti alla corte. Mamdouh Hamamreh, giornalista palestinese, dovrà scontare un anno di carcere per un’immagine che non ha nemmeno postato lui. Il suo nome, tuttavia, è stato associato ad una ricostruzione grafica che compara il presidente palestinese Mahmoud Abbas ad un personaggio apparso in un film siriano, noto per essere un doppiogiochista. Tanto è bastato alla corte di Ramallah per applicare una legge in vigore dai tempi della reggenza giordana sulla Palestina, secondo la quale chiunque offenda il re è punibile.

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La foto incriminata. Mahmoud Abbas, a destra, viene descritto come “completamente simile” al personaggio del film siriano

Non è la prima volta che accade. Il mese scorso, la corte di Nablus ha sentenziato un anno di carcere per Anas Saad Awwad, 26 anni, accusato di aver modificato in senso ironico un’immagine del presidente Abbas che calcia una palla nello stadio del Real Madrid. A lui, per fortuna, è andata meglio: la condanna è stata infine annullata in sede d’appello, lasciando il giovane con un grande spavento e una società nel timore del dissenso. Anche solo satirico.

carlo marsilli

“Farsi esplodere è meglio del paradiso”. Le ultime ore di un attentatore

I capelli biondi, il sorriso da ragazzo, gli abbracci con gli amici. Jabhat al-Nusra, gruppo armato che combatte contro l’esercito di Bashar Al Assad, questa settimana ha pubblicato un video che ritrae le ultime ore di un attentatore suicida.

Passamontagna in testa e kalashnikov sulle ginocchia, il ragazzo annuncia il perché del suo gesto, la forza che Dio gli concede per compiere l’atto più disperato. Da lì a poche ore si metterà alla guida di un camion con 20 tonnellate di esplosivo, diretto verso l’obiettivo della missione. Siamo in una località sconosciuta della campagna siriana, si vedono vestiti appesi ad asciugare, il sole. Un uomo mostra su Google maps la strada da percorrere, gli amici si abbracciano, il camion si mette in moto.

All’orizzonte appare una nuvola di polvere nera, poi l’onda dell’esplosione. Nell’aria risuona solo “Allah hu Akbar”

L'attentatore poche ore prima di farsi esplodere. Siria

carlo marsilli

Siria: fugge dai sequestratori dopo 6 mesi di prigionia

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Servivano 50 milioni di euro per liberare Anhar Kochneva dalle catene dei ribelli siriani. Alla fine è stata lei, giornalista ucraina sequestrata ad Ottobre scorso in Siria, a conquistarsi la libertà e raggiungere l’ambasciata del suo Paese a Damasco.

I dettagli della sua fuga non sono ancora noti, ma la sua è una storia che assomiglia a quella di altri giornalisti stranieri che oltrepassano il confine siriano. I suoi carcerieri, impegnati a combattere l’esercito di Bashar Al Assad, la tenevano prigioniera alla periferia di Homs con l’accusa di parteggiare per il regime alawita.

Iraniani e russi rimangono dei bersagli per la rivoluzione, che nei cittadini delle nazioni allineate con Damasco vedono dei collaboratori del regime. Anche la giornalista ucraina, il cui governo è filo-russo, per sua sfortuna è rientrata in queste categorie.

“Le mie cure dureranno a lungo e costeranno molti soldi, purtroppo”, ha detto la Kochneva all’agenzia di stampa russa Ria Novosti. Se non altro può ancora dirsi viva.

©carlo marsilli

@AFP sotto attacco: il Syrian Electronic Army viola l’account Twitter dell’agenzia francese

Image26 Febbraio: Un gruppo siriano pro-Assad ha rivendicato martedì sera l’attacco informatico alla France Press. Alle 16:45 e per circa un’ora, l’account Twitter @AFPphoto ha diffuso fotografie di guerra in cui si attribuiva la colpa dei massacri in Siria agli “eserciti ribelli, appoggiati dai cospiratori Occidentali”. Tra i numerosi tweet inviati, accuse anche al presidente americano Barack Obama, indicato come il principale sponsor dei gruppi armati appartenenti alla jihad islamica che operano in Siria.

Dopo le prime segnalazioni, l’AFP ha deciso di sospendere l’account dedicato alla fotografia, che risulta tutt’ora irraggiungibile. Solo alle 23 è arrivata la rivendicazione dell’attacco: si tratterebbe del Syrian Electronic Army, un gruppo di hacker informatici che giura fedeltà a Bashar Al-Assad, il leader alawita a capo del governo siriano.

Nell’Agosto del 2012, anche l’account Twitter della Reuters fu vittima di hacker siriani filo-governativi: per ben due volte in 48 ore, @ReutersTech inviò ai suoi followers messaggi di sostegno al regime di Al-Assad e condanna della rivoluzione appena nata.

©carlo marsilli

Uno dei Tweet inviati dagli hacker informatici siriani durante l'attacco di martedì all'account della AFP

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