Chi dà i nomi alle guerre?

Piombo Fuso, Colonna di Nuvola, Tempesta del Deserto. Dare il nome ad un’operazione militare è diventato più facile di darlo al proprio gatto: basta un software e il gioco è fatto. Ma è sempre stato così semplice? e oggi a fianco del computer c’è qualcuno che decide?

Sul quotidiano israeliano Haaretz, il giornalista Michael Handelsatz ripercorre le tappe di una storia che ha i suoi potagonisti e un testo di riferimento, intitolato “The Art of Naming Operations“. Una pratica guida del “naming”, che trae le sue origini dalla Prima Guerra Mondiale e dalla necessità di contraddistinguere il crescente numero delle operazioni belliche – oltre che dotarle di segretezza.

 Fu il generale americano MacArthur, impegnato nella guerra di Corea nel ’51, a sfruttare la forza comunicativa di questi nomi, rilasciandoli alla stampa all’inizio delle operazioni. Quindici anni più tardi, durante la guerra del Vietnam, qualcosa dovette andare storto, perché ad alcuni soldati venne fatto sapere che il loro patriottico sacrificio sarebbe passato alla storia con il nome in codice “passaverdure” (masher). Fu allora che nacque l’idea di un software, il NICKA, che oltre a selezionare le migliori parole da utilizzare per denominare un assalto, immagazzina e cataloga i nomi scelti. Tuttavia, la tecnologia non impedì all’esercito statunitense di invadere Panama al grido di “cucchiaio blu”, salvo l’intervento di un generale che lo sostituì in extremis con “Giusta Causa”.

Nel caso di Israele, spesso e volentieri il software a disposizione è la Bibbia. L’ultima operazione militare, Colonna di Nuvola, trae ispirazione dal Libro dell’Esodo: “E l’Eterno andava davanti a loro: di giorno, in una colonna di nuvola per guidarli per il loro cammino; e di notte, in una colonna di fuoco per illuminarli onde potessero camminare giorno e notte. (…)”. Il reparto comunicazioni dell’IDF ha in seguito cambiato il nome in “pilastri di difesa”, più familiare per la stampa e per i molti che non masticano ebraico.

Di sicuro c’è che, per i palestinesi di Gaza, non è cambiato nulla.

©carlo marsilli

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