La rivolta che minaccia i Talebani

Da più di sei mesi, nel distretto afghano di Andar, i talebani non ci sono più. Secondo quanto riporta Al Jazeera, nella provincia di Ghazni, 150 km a Sud della capitale Kabul, la scorsa estate è successo quello che in molti, in Occidente e in Afghanistan, si auguravano da anni: una vittoriosa rivolta contro il regime dei talebani.

Interpretare la realtà afghana è compito arduo, tanto che a nessuna delle potenze che ci hanno messo piede è mai riuscito. Capire cosa è veramente successo rientra in questo schema, ma a quanto viene riportato dagli inviati della testata catariota la questione sembra essere tanto “semplice” quanto la logica tribale che regna in quelle terre: la popolazione locale, dopo anni di sottomissione e di violenze, decide di invocare un migliore trattamento da parte della leadership talebana. La risposta che riceve è lapidaria: o stai con noi o è guerra. Dopo meno di mezz’ora dall’inizio dell’incontro, scoppiano le violenze che portano alla fuga degli estremisti religiosi e al cambio di potere.

Che fosse per questioni economiche, settarie, etniche, o sociali non è dato sapere. Ciò che risalta è che quelle persone non hanno invocato l’aiuto della NATO o dell’esercito nazionale – tantomeno ne hanno ricevuto in seguito, particolare che getta ombre sulla reale natura della rivolta -, ma si sono fatte giustizia da sé, in perfetto stile afghano, ottenendo una vittoria per ora duratura.

Nel 2014 l’Alleanza guidata da Washington si ritirerà definitivamente dal teatro afghano, passando il testimone della sicurezza ai soldati di Kabul. In pochi sono ottimisti sul futuro del Paese che negli ultimi 150 anni ha subito le invasioni di inglesi, russi e americani -per citarne solo alcuni – e ancora oggi resta diviso per geografia, etnie, politica e tribù. Che le rivolte popolari possano risolvere il problema talebano sembra solo la disperata speranza di chi, dopo 12 anni di fallimenti, non può che ammettere la sconfitta.

©carlo marsilli

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