Elezioni Israele: 60 a 60, politica al centro

Contrattazioni serratissime, telefonate infuocate, tradimenti incrociati, promesse da marinaio. Sono momenti di attesa in Israele, dove in queste ore si va formando la squadra che per i prossimi 4 anni guiderà lo Stato ebraico tra le insidie del futuro. Prima fra tutte, la composizione della maggioranza di governo, dopo che l’elettorato ha minuziosamente bilanciato i propri voti tra vecchia maggioranza ed opposizione (60 scranni parlamentari a testa), donando la golden share politica – quasi un voto su sei, 19 seggi su 120 – alla novità assoluta di queste elezioni, il partito centrista Yesh Atid.

Elezioni israele - Composizione della Knesset

Contro ogni sondaggio e previsione, il perdente di queste elezioni è proprio lui, il vincitore, “Bibi” Netanyahu, ancora una volta in sella al partito più votato e tuttavia reduce da una campagna elettorale che lo costringerà ad un funambolismo politico da manuale. Dopo gli scandali che hanno travolto il suo miglior alleato e peggior ex Ministro degli Esteri, il russo Avigdor Lieberman, il premier dovrà ora trovare il modo di scalfire il blocco avversario scendendo a patti con il leader dello Yesh Adit, il presentatore più avvenente della TV israeliana. Esteticamente a metà strada tra Casini e George Clooney, Yair Lapid ha raccolto i voti in fuga dal Likud di Netanyahu, i molti incerti ed anche i delusi dall’evanescente Tzipi Livni, la donna che, dopo aver ereditato 28 seggi da Olmert nel 2008, oggi ne conta solo 2 per il suo Kadima.

Yair Lapid

Yair Lapid, 49 anni, sposato con tre figli, leader dello Yesh Adit (C’è futuro)
In meno di un anno ha conquistato il centro politico del Parlamento israeliano, la Knesset (Foto: Ilia Yefimovich/Getty Images)

Al noto giornalista (conduttore di Channel 2, canale di punta della televisione israeliana) e commentatore del giornale più letto del Paese (Yediot Aharonot) si è rivolta soprattutto la classe media, quella che “non arriva a fine mese”, la stessa che nell’estate di due anni fa aveva letteralmente ricoperto di tende il Rotschild Boulevard di Tel Aviv chiedendo più welfare. Non sarà Lapid a far risorgere il defunto processo di pace (condivide la visione pessimistica di Netanyahu, è contrario alla divisione di Gerusalemme, in campagna elettorale ha scelto una colonia della West Bank per formulare il proprio discorso di politica estera), ma il suo populismo telegenico è l’unica speranza per l’attuale primo ministro di alleggerire il blocco religioso su cui siederà la futura maggioranza.

knesset

La Knesset, l’Assemblea legislativa israeliana.
Queste elezioni hanno segnato il record della presenza femminile (26 donne su 120 parlamentari, il 31% rispetto al 17% italiano), assieme al numero dei legislatori alla prima esperienza (50) e quello dei religiosi professanti (38) – Fonte: Jerusalem Post

Per Netanyahu sembrano dunque esserci gli estremi per assicurare una certa governabilità, anche se non manca molto ai primi prevedibili strappi. Il più spinoso è il budget 2013, la cui mancata approvazione è una delle ragioni per cui Israele ha votato in anticipo sul calendario. Secondo la legge israeliana, in questi casi il governo che si forma in seguito alla crisi politica ha solo 45 giorni dalla data del suo insediamento per approvare il budget per l’anno in corso, pena lo scioglimento delle camere ed il ritorno alle urne.

Debtio pubblico Israele

Il debito pubblico israeliano fino al 2010. Ad oggi si attesta attorno all’80%
Fonte: indexmundi.com

Netanyahu sperava di emergere dalle consultazioni elettorali con una maggioranza talmente solida da evitare contrattazioni su questo punto, ma ha clamorosamente sbagliato i suoi calcoli. Uscire dell’empasse senza rimanere schiacciati nelle inevitabili pretese dei futuri alleati sarà dura, ed è per questo che il Primo Ministro sta pubblicamente corteggiando i 19 seggi di Lapid. Il quale, è sicuro, cederà presto alle avance del potente Bibi. Ma a quale prezzo?

©carlo marsilli

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