“A curse on your moustache!”. La sacralità del pelo al giorno d’oggi

Ebbene sì, tra gli ispidi peli del viso si celano messaggi e precetti che è bene non confondere. Una volta, quando arabi, turchi, persiani ed ebrei condividevano gli stendardi del grande impero Ottomano, l’estetica della barba mediorientale dominava al di sopra delle confessioni religiose. Le forme, il taglio e i colori delle antiche barbe ammantavano i volti degli uomini da Algeri a Budapest, distinguendoli più di quanto non facessero le stoffe dei loro abiti o i metalli dei monili.  Un segno distintivo che tuttavia accomuna le diverse fedi, traendo origine dai grandi profeti biblici, le cui storie – e barbe – si intrecciano con quelle dei tre monoteismi del deserto.

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Amba Tawadros II, patriarca della Chiesa copta d’Egitto

Guerre, povertà, diaspore e globalizzazione hanno infine esportato in tutto il mondo il modello che noi oggi erroneamente attribuiamo solo a chi, da Peshawar a Casablanca, vive secondo le sure di Maometto. A new York, ad esempio, dove il 10% della popolazione appartiene al popolo ebraico, è possibile vedere le stesse, incolte estetiche ultraortodosse che camminano tra le vie di Mea Shearim a Gerusalemme. Così come a Kreuzberg, Berlino, si incontrano spesso quei folti mustacchi che nel palazzo di Topkapi, ad Istanbul, adornavano il viso dei sultani. O ancora ad Addis Abeba, dove le ricce barbe dei cristiani copti sono identiche a quelle dei loro fratelli nell’antico quartiere copto del Cairo.

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Anche le correnti dell’ortodossia ebraica si differenziano per la lunghezza della barba

Ad un osservatore attento, tuttavia, non possono e non devono sfuggire le sottili differenze che fanno di volume, taglio e lunghezza una pergamena identitaria. A tal punto che, nella patria di Mustafà Kemal, chi teme di non essere all’altezza delle aspettative ricorre al trapianto. Nulla a che vedere con il ruolo che l’Occidente ha riservato a baffi e barbe, relegati nell’ambito della stravaganza e dell’arte almeno dai tempi dei pomposi basettoni dei kaiser austriaci. Niente gloria a Nord di Tunisi, dunque, né virilità e tanto meno spiritualità. Al massimo, un mese dedicato alla lotta contro il cancro alla prostata.

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Ahmad al-Assir, leader dei salafiti egiziani

Superata Gibilterra, invece, la barba diviene improvvisamente un racconto di vita. Ashraf Khalil, giornalista egiziano che scrive per la BBC, in un recente articolo ritrae brevemente quella sorta di primavera della barba seguita alla caduta di Hosni Mubarak. Un passaggio registrato dalle cronache locali, mentre le folle, durante le proteste di questi giorni, ha intonato più volte “Togli la barba a Morsi e trovi Mubarak”. Ma attenti a non confondere: i Fratelli Musulmani, la formazione sunnita che oggi governa lEgitto, ‘ generalmente tiene la barba abbondante ma ben curata. Un tratto che li distingue dai loro correligiosi salafiti – noti per il loro estremismo ed ortodossia -, i quali tendono a lasciarla incolta tagliando solo la parte che ricopre il labbro superiore. Un tributo, pare, a quella portata dal profeta Maometto.

Nel suo articolo, Ashraf Khalil ricorda anche i giorni in cui, da inviato della BBC, tentò di confondersi tra la popolazione irachena che festeggiava la caduta di Saddam. Dopo aver constatato che “Iraqis are a big moustache people“, il giornalista decise di adottare il segno di riconoscimento più evidente, registrando però un clamoroso fallimento: “It was a disaster: I could never get it to achieve that classic Saddam-level of bushiness“.

Ma l’esempio più eclatante riportato dal corrispondente della BBC, quello che non può lasciare dubbi sulla sacralità dell’argomento qui trattato, risale ad una sessione dell’Organizzazione della Conferenza Islamica a cui l’autore aveva partecipato. Lo riporto per intero, incluso il suo commento finale:

It was back in March 2003. The US and British-led “coalition of the willing” was about to invade Iraq and tensions were running high. At one point, an Iraqi and Kuwaiti diplomat got into a public shouting match and the Iraqi yelled at the Kuwaiti: “A curse on your moustache!”

This remains my favourite insult of all time.”

©carlo marsilli

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